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Wednesday, 27 August 2014

Calderoli insiste: "Su di me macumba".

Calderoli insiste: "Su di me macumba". Papà Kyenge: "Hai fatto innervosire antenati"

L'ex ministro leghista: "Negli ultimi tempi mi è capitato di tutto, chiedo la revoca del rituale". Clement Kikoko Kyenge effettuò un rito tribale dopo alcune frasi razziste dell'esponente leghista. Kyenge: "Sono cattolica, non credo a queste cose"
MILANO - "Non sono mai stato superstizioso ma dopo la macumba che mi ha fatto il papà della Kyenge  mi è capitato di tutto e di più". Roberto Calderoli insiste e rilancia una storia che assomiglia sempre di più alla sceneggiatura di un film tragicomico. Intervistato dal settimanale Oggi l'esponente leghista rilancia le accuse rivolte al padre dell'ex ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge.

"Sei volte in sala operatoria, due in rianimazione, una in terapia intensiva, è morta mia mamma e nell'ultimo incidente mi sono rotto due vertebre e due dita" ricorda l'ex ministro, reduce dalle fatiche parlamentari dove è stato relatore di maggioranza del ddl Riforme al Senato e sono in molti a ricordarlo con il braccio fasciato durante le sedute.

Dopo le disgrazie che gli sono accadute nei mesi scorsi, l'ex ministro leghista lancia un appello al padre della Kyenge: "Forse è il caso di mandare un messaggio distensivo a papà Kyenge per chiedergli la revoca del rituale che mi fece".

Pochi giorni fa Calderoli era stato protagonista di un altro episodio inquietante: aveva diffuso in rete le foto di un serpente di due metri trovato nella sua cucina e prontamente ucciso.

"Non sono mai stato superstizioso ma dopo la macumba che mi ha fatto il papà della Kyenge mi è capitato di tutto e di più", aveva postato su Fb alcuni giorni fa l'ex ministro, che continuava: "Non so se devo mettere un annuncio sul giornale o chiamare direttamente Bergoglio, sempre che non sia troppo occupato a sistemare gli immigrati a casa nostra, ma io devo trovare assolutamente un esorcista. Se qualcuno ha numeri di telefono o mail di esorcisti li aspetto con gratitudine...".

Il rituale del padre della Kyenge arrivò dopo le dichiarazione shock del luglio scorso dell'ex ministro leghista, che alla festa leghista di Treviglio paragonò l'allora ministro dell'Integrazione "ad un orango", salvo poi scusarsi pubblicamente.

Clement Kikoko Kyenge, raggiunto in Katanga (Repubblica democratica del Congo) dal settimanale Oggi, decise allora di compiere un rito tribale su di lui "affinchè gli avi lo liberassero da cattivi pensieri e parole offensive, usando parole di tolleranza e non di vendetta".

Evidentemente le rassicurazioni sull'effetto positivo del rituale non sono bastate a Calderoli, che insiste: "Le foto e i video di Oggi erano inquietanti: avevano messo una mia foto in mezzo ai termitai. Non è un messaggio amichevole. Dopo quel rito alcuni colleghi napoletani mi regalarono un cornetto di corallo: due giorni dopo, senza una pressione di nessun genere si è spezzato in due. Una maga ha visto forze tremende in azione attorno a me".

Il settimanale ha raggiunto telefonicamente lo stesso Clement Kikoko Kyenge, che dice: "Un serpente in casa non è un bel segnale e non sono sicuro che Calderoli abbia fatto bene a ucciderlo... Se quando lui ha chiesto scusa a Cecile era sincero, può stare tranquillo. Se invece quelle scuse sono state frutto di calcolo e convenienza, gli antenati potrebbero innervosirsi".

Alle parole di Calderoli ha replicato dalle colonne di Affaritaliani.it la Kyenge, oggi eurodeputata del Pd, infastidita dalle affermazioni del vicepresidente del Senato: "Mi chiedo che religione pratichi il senatore Calderoli. Io sono cattolica per cui non credo a tante altre pratiche o tanti altri riti. Che per me non esistono, per cui non sto dietro a queste sue esternazioni che secondo me vanno anche contro le credenze".

Kyenge ha negato che sia mai stata fatta alcuna macumba da parte di suo padre che anzi, sottolinea, "gli ha rivolto un gesto di perdono e di accoglienza". Un perdono che però non eviterà al vicepresidente del Senato il processo per dichiarazione aggravata da odio razziale. "Il 30 c'è il processo e ci troviamo lì" ha concluso l'ex ministro.
http://www.repubblica.it/politica/2014/08/26/news/calderoli_padre_kyenge_macumba-94470001/?ref=HRER2-1

Friday, 4 July 2014

The Power (and Weakness) of African Passports

The Power (and Weakness) of African Passports

July 3, 2014 — 

With geopolitics playing in, travellers from some countries get more travel freedom than others, a new ranking shows.

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Making waves in the travel world this week: a ranking of the globe’s most powerful passports that reveals the comparative weakness of many African ones.
Even in the digital age, passports haven’t changed much in form. The 3-by-5-inch booklets vary in little except color. But they entitle bearers from different countries very different levels of travel freedom.
GOOD Magazine, a U.S.-based quarterly emphasizing global citizenship, released an infographic — a map and accompanying list—of the rankings based on how many countries citizens of each country can travel to freely.
Infographic from GOOD Magazine detailing the areas with most powerful passports in blue, least powerful in the palest colours
Infographic from GOOD Magazine detailing the areas with most powerful passports in darker colours, least powerful in the palest colours
On the map, the more travel freedom a country’s passport allows, the darker it appears in color. The less freedom it allows, the lighter in color. Like a huge swath of Asia and the Middle East, the continent of Africa appeared largely pale.
The most powerful African passport is Mauritius, with open travel to 126 countries, then next is the Seychelles, open to 123. South Africa’s is the third most powerful, which receives open travel to 94 countries. The least is Somalia’s, with 32, followed closely by Eritrea’s, with 36. Passports from many African countries allow free and open travel to between 40 and 60 other nations.
Worldwide, the most powerful passports are from the United Kingdom, Finland, and Sweden. They each get open travel to 173 countries. (The United States, which bans most travel to Cuba, allows open travel to 172.) The least powerful are from Afghanistan and Iraq, with 28 and 31, respectively.

Most Powerful African Passports

South Africa: 94
Botswana: 70
Kenya, Lesotho, Namibia: 68
Malawi: 67
Swaziland, Zambia: 66
The ranking exposes the geopolitics between nations, which play out in the requirements for visitors from certain other countries to obtain visas.
Essentially, passport grants authorization from a citizen’s own country to travel abroad. A visa means express permission from the desired destination to visit there.
Defined as “an endorsement on a passport indicating that the holder is allowed to enter, leave, or stay for a specified period of time in a country,” a visa requires a special application, a period of time, occasionally an interview, and often a substantial fee to receive.
Governments are coy about why visas are required. GOOD reports they reflect “the relationship between two nations, and a country’s stature relative to the rest of the world.”

Least Powerful African Passports

Somalia: 32
Eritrea: 36
Sudan: 38
Congo, Libya, South Sudan: 39
Angola, Dijibouti: 40
The Chicago Tribune goes further, saying the reason some countries require visas for visitors from certain other countries is simple. “Richer countries tend to make people from poor or war-torn countries get visas as an extra step to make sure visitors return to where they came from,” the newspaper reports. “Poor countries are more likely to admit people from rich countries without visas.
“Sometimes, it’s political,” the Tribune adds. “Experts view Brazil’s visa requirement and hefty fee for Americans as a retaliation for stringent visa requirements and an identical fee that Brazilian tourists must pay to visit the U.S.”
As the world stature of many African countries rises, and conflict-troubled countries settle into peace, African citizens can expect their passports to become more powerful. Stay tuned.
http://thisisafrica.me/lifestyle/power-weakness-african-passports/

Sunday, 7 June 2009

Lettera a Gheddafi (giugno 2009)



Al Leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista

(Per conoscenza, alle e ai rappresentati del governo italiano e dell’Unione europea)

Gentile Muammar Gheddafi,

noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare il 12 giugno durante la sua visita in Italia. Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo Paese, con la complicità dell’Italia e dell’Unione europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l’intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l’Europa. Siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere Sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell’impedire il transito delle e dei migranti. Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall’Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e. Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati.
Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato, scegliamo quelli che anche Lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare.

Fatawhit, Eritrea : “Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…) Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.” (http://www.storiemigranti.org/spip.php?article67).

Saberen, Eritrea: “Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari.” (http://www.storiemigranti.org/spip.php?article67).

Tifirke, Etiopia: “Siamo state picchiate e abusate, è così per tutte le donne”. (Dal film “Come un uomo sulla terra”).

Siamo consapevoli, anche, che Lei e il suo Paese non siete gli unici responsabili di tali politiche, dal momento che gli accordi da Lei sottoscritti con il governo italiano prevedono ingenti finanziamenti da parte dell’Italia affinché esse continuino ad attuarsi e si inaspriscano nei prossimi mesi e anni in modo da bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane; dal momento, inoltre, che l’Unione europea, attraverso le sue massime cariche, si è espressa in diverse occasioni a favore di una maggiore collaborazione con il suo Paese per fermare le migrazioni verso l’Europa. Facciamo presente innanzitutto a Lei, però, e per conoscenza alle e ai rappresentati del governo italiano, alle ministre e alle altre rappresentanti del popolo italiano che Lei incontrerà in questa occasione, così come alle e ai rappresentanti dell’Unione europea, una nostra ulteriore consapevolezza: quella per cui fare parte della comunità umana, composta da donne e uomini di diverse parti del mondo, significa condividere le condizioni di possibilità della sua esistenza. Tra queste, la prima e fondamentale, è che ogni donna, ogni uomo, ogni bambino, venga considerato un essere umano e rispettato/a in quanto tale.
Finché tale condizione non verrà considerata da Lei né dalle autorità italiane ed europee noi continueremo a contestare e a combattere le politiche dell’Italia, della Libia e dell’Unione europea che violano costantemente i principi che stanno alla base della sua esistenza e fino a quel momento, quindi, non avremo alcuna voglia di incontrarla ritenendo Lei uno dei principali e diretti responsabili delle pratiche disumane nei confronti di una parte dell’umanità.

Firmatarie: Federica Sossi, Alessandra Sciurba, Isabelle Saint-Saens, Glenda Garelli, Anna Simone, Floriana Lipparini, Cristina Papa, Enrica Rigo, Maria VIttoria Tessitore, Barbara Bee, Maddalena Bonelli, Chiara Gattullo, Elisa Coco, Gabriella Ghermandi, Elisabetta Lepore, Barbara D’Ippolito, Paola Meneganti, Anna Maria Rivera, Judith Revel, Vanessa Giannotti, Enza Panebianco, Angela Pallone, Di Lauro Gabriella, Sara Prestianni, Valentina Maddalena,

( per adesioni individuali semir@libero.it )

FONTE