Friday, 2 October 2009

Libya halts execution of Nigerians on death row

Libya halts execution of Nigerians on death row

By Davidson Iriekpen, 10.01.2009 
Thursday, October 1, 2009

Temporary relief has come the way of Nigerians on death row in Libya as the country's authorities have agreed to stop their execution. The suspension was made  pending the final determination of a case brought by Socio-Economic Rights and Accountability Project (SERAP), a non-governmental organisation (NGO), before the African Commission on Human and Peoples’ Rights, in Banjul, The Gambia.
THISDAY gathered the decision by Libya followed a Provisional Measure issued by the African Commission which ordered the country to halt the execution.
The North African country's adherence to the measure was made known in a paper titled Debating the Death Penalty: Experiences from Different Regions, dated September 25, 2009 and presented by a member of the African Commission, Ms Catherine Modupe Atoki, at the International Peace Institute in New York last week.
“Early September this year, a communication was filed with the African Commission against Libya by a Nigerian Non-Governmental Organi-zation, Socio-Economic Rights and Accountability Project (SERAP). It alleged that over 200 Nigerians are on death row for offences ranging from immigration, murder, drug and armed robbery. 

"The Commission requested from the President of Libya a provisional measure to stay execution pending the determination of the communication. Happily, the President obliged and for now there is a hold on the execution of the convicted persons," said Atoki who delivered the paper.
It was gathered that one of the prisoners, Miss Juliet Okoro, reportedly claimed that the accusation of murder for which she has been placed on death row since 2000 was forged. Her indictment, she further claimed, followed no legal representation.
However, Okoro confirmed that the Libyan President, Muammar Gaddafi had granted amnesty to the convicts who are waiting for the Nigerian embassy in Libya to sign some documents for their deportation.
SERAP’s lawyer, Mr Femi Falana, welcomed the news of suspension but challenged the Nigerian government to be more responsive to its citizens abroad.

“It is now time for the Nigerian government to show responsibility by immediately ensuring the safety and well-being of the Nigerians on death row in Libya, and facilitating their safe return back home. The continuing silence and inaction of the Nigerian government on this matter is a failure of leadership and simply unacceptable,” Falana said. 

The feisty lawyer asked President Umaru Musa Yar'Adua to rise up to the occasion in defending the rights of Nigerians across the world. According to him, the Libya case is proof that the rights of Nigerians outside the country could be protected when and if their government takes action.
It is important for the government do discharge its "Constitutional and International responsibility," towards Nigerians he added. Falana commended the Chairman of the House Committee on Diaspora, Hon. Abike Dabiri-Erewa, and SERAP for fighting for the rights of the condemned persons.
SERAP had through its solicitor, Falana, filed a case before the African Commission on September 6 2009, on behalf of the prisoners.
He alleged "serious, persistent and irreparable violations of the Complainants’ rights to life; to communicate with their embassy or consular post; to competent and effective legal representation; to trial within a reasonable time or to a release; to trial by a competent, independent and impartial tribunal established by law; to the presumption of innocence; to an interpreter and to translation; to appeal to an independent and impartial tribunal, and fair trial guarantees during appeals.”
The Commission in the Provisional Measures with reference number ACHPR/ PROVM/LIB/01/75, dated September  9, 2009, and signed by Acting Chairperson of the Commission, Bahame Tom Mukirya NYANDUGA, expressed concern about Nigerians on death row and those held under "inhuman and degrading treatment," in Libya.
The Provisional Measures reads in part: “The Complaint has been registered as a Communication against Libya. I would also like to inform you that the Communication shall be tabled before the African Commission, for seizure during its next Ordinary Session, which is scheduled to take place from 11-25 November 2009, and will subsequently be sent to the authorities.” 

The Commission also said: “In accordance with Rule 111(3) of the Rules of Procedure of the African Commission, I urge you to intervene in the matter with the view of preventing irreparable damage being caused to the victims while the African Commission inquires about the veracity of the Complaint. The appeal is particularly pertinent in respect of the imprisoned Nigerians, whom the Complainant alleges that they await the death penalty.” 

The African Commission is the body charged with overseeing compliance with legal obligations under the African Charter on Human and People’s Rights.
news

Thursday, 1 October 2009

INVITO : INCONTRO DIASPORA DEGLI INTELLETUALI NERI IN ITALIA -REDANI

Salve a tutti,
Per la prima volta nel mese di Luglio, ci siamo riuniti per riflettere sulla  presenza della comunità nera in Italia e discutere della possibilità della creazione di una rete per una collaborazione proficua. Da allora sono partiti i lavori per la concretizzazione di un progetto, nato , appunto in quella giornata, come da verbale.
Il nostro percorso sulla creazione di una rete sulla diaspora intelletuale nera, continua.
A breve una comunicazione completa sull'ordine del giorno con i documenti necessari alla partecipazione dell'incontro, vi invito tutti al prossimo incontro:
 
DOVE:  BOLOGNA AL CENTRO INTERCULTURALE MASSIMO ZONARELLI 
INDIRIZZO: VIA G.A. SACCO, 14 (una traversa di via del Lavoro)
QUANDO: SABATO 3 OTTOBRE 2009
ORARIO: ORE 10.30-16.30/ 17
 
Si chiede gentilmente di confermare la vostra presenza  e possibilmente ora di arrivo a Bologna a Cécile ( 328-5991970- ckyenge@gmail. com ) oppure a Kossi (kossikom@gmail. com) , rispondendo semplicemente all'invito. Come l'ultima volta un servizio di navetta verrà organizzato dalla stazione centrale alla sede dell'incontro.
 
A presto!
Vi aspettiamo numerosi a BOLOGNA
 
Dorcas Mpemba Ngalula
Coordinatrice Festival  Cultura Africana
Coordinamento Arci Migrante(Africa)
Via Cernaia,14 - 10122 - Torino
cell:  329-1293861
cell ARCI : 348-3605921
mail: africa@arcitorino. it
mail: dorcas.mpemba@ gmail.com
Facebook: http://www.facebook .com/profile. php?id=163481259 0&ref=profile# /profile. php?id=163481259 0&ref=profile

Saturday, 26 September 2009

La nostra Somalia era. La nostra Somalia forse sarà.

La nostra Somalia era. La nostra Somalia forse sarà.

La nostra Somalia era…
Era…cosa aggiungere di più?
Era, esisteva, respirava, amava.
Era qualcosa quindi. Come lo sono oggi il Senegal, la Francia, il Venezuela. Aveva strade, elettricità, acqua potabile, monumenti, scuole. Potevi danzare sulla sua architettura. Era come in quella canzone del rapper somalo-canadese K’naan che dice:

Mogadishu used to be
A place where the world would come to see
Jaziira, sugunto liida, wardhiigleey iyo Madiina
Hargeysa, Boosaaso, Baardheere iyo Berbera
My skin needs to feel the sand, the sun
I’m tired of the cold, god damn soobax
Poi un giorno è morta.
La data ufficiale Gennaio 1991 quando il vecchio dittatore Siad Barre (conosciuto da tutti come Boccagrande per la sua voracità) ha lasciato Mogadiscio per sempre.
Ma le date ufficiali non contano. La Morte celebrale risale a molto prima, al 1978 forse. È in quell’anno che il popolo somalo ha capito che Siad Barre dava nomi di sogno a degli incubi stratificati. Erano nomi che servivano a rendere la dittatura bella da guardare.
Il popolo frustrato cominciò in quella data a morire poco a poco.
La Somalia oggi dopo Boccagrande, dopo una guerra inspiegabile, è ufficialmente morta.
A Dir la verità oggi è improprio parlare di Somalia. Quando la si nomina dobbiamo avere tutti la consapevolezza che stiamo nominando qualcosa che non esiste più.
È morta. Ma ecco basta questa parola, morta, per decifrare l’inspiegabile rebus della Somalia?
Comunque una cosa è certa non è ancora risorta la disgraziata.
Nel frattempo è diventata un mostro, una anomalia, uno zombie. È morta, ma continua a vivere. Non c’è lo stato, ma il resto funziona…a volte anche molto bene. Basti pensare al business delle rimesse dei migranti che arrivano in quella nazione distrutta con la rapidità che ci si aspetterebbe per un invio du denaro a Londra o a Parigi.
Quindi la Somalia, per riassumere, è morta, è diventata un mostro e non si sa bene se la poveretta avrà una resurrezione.
Ma come può averla se tutti litigano? Ti dicono tutti, ricchi e poveri, che e’ questione di identità e non cedono. Ti dicono “sei proprio stupido se pensi che gli altri cederanno. La pace non esiste, dolcezza. Esiste solo questa cosa. Devi combattere dolcezza perché così è scritto”. E tutti a rifugiarsi sotto l’ombrello di una causa persa. Uno dice tu sei un venduto, l’altro dice sei un terrorista. I clan dicono io mi devo difendere, devo sopravvivere. I più grandi vogliono regnare, i più piccoli hanno paura di diventare come il dodo un animale estinto. Allora si accettano compromessi. Chi i soldi dell’Occidente, chi i soldi di un uomo dalla barba lunga e canuta nascosto in una grotta chissà dove. Si gioisce per un ferro che scarica pallottole. I clan più grandi li contano avidamente. Dicono “Abbiamo tanti ferri. Al tavolo della riconciliazione sarò io ad avere più potere”. I più piccoli si illudono che i 5 ferretti ottenuti con lacrime e sangue potranno permettere a qualcuno di loro di sedere a quell’ipotetico (molto ipotetico!) tavolo. Non sanno di avere perso tutti. Che quel tavolo a queste condizioni non si potrà mai fare. “Anch’io avrò la mia fetta di torta” gridano tutti. Purtroppo la torta non c’è. Come può esserci se ci sputano ogni giorno sopra? La torta è la nostra terra e non c’è più rispetto per la terra, per i suoi fiumi, per il suo mare, per la sue piante, per le sue bestie. Ma ecco parlare con i nostri concittadini a volte è impresa vana. Continuano a fare proclami e a cambiare faccia a seconda della situazione. Sono labowagile, esseri dalla doppia faccia. Un mese si sta sotto un ombrello, il mese dopo sotto un altro. Quello che un tempo era un paese grande quanto un sogno ora è diventato briciole di paure stratificate. Somaliland, Putland., Jubaaland, Nonsocheland! La verità è che siamo tutti di Zeroland. Alla fine dovremmo cambiare nome, non più somali, ma i fantasmi del paese dello zero, Io cittadino di Zeroland. Perché alla fine è quello che siamo: zero. Ci stiamo cancellando volontariamente. Certo il resto del mondo ci sta dando una mano, ci sono più trafficanti di armi in Somalia che in tutta Europa messa insieme. Poi si sa che la Somalia è ricettacolo di rifiuti tossici e traffici illeciti di vario tipo (non è un caso che si sia sviluppata la pirateria in Somalia. I pirati hanno fiuto, seguono l’odore di marcio dei traffici e del denaro sporco. E in Somalia ahimè c’è marcio a iosa) ma ecco nonostante gli altri, nonostante le armi, i rifiuti, la criminalità organizzata, nonostante tutto mi sento di dire (e me ne prendo la responsabilità) che quello che sta succedendo in Somalia è colpa nostra. Alpha Blondy in una sua nota canzone diceva:
j’insiste, je persiste et je signe les ennemis de l’afrique ce sont les africains,
Mi dispiace dirlo ma è così. Siamo noi gli artefici del nostro destino nefasto.
La delusione più grande io ce l’ho quando guardo la mia diaspora, sia quella di Roma sia quella di Minneapolis o Londra o Stoccolma. Si qui in questo argentato occidente la delusione è senza pari quando vedo che la vecchia diaspora, quella emigrata negli anni ’70, ’80, ’90 è guerrafondaia al pari dei tanti matti signori della guerra che ci sono laggiù. La democrazia non è entrata in circolo. E noi che ci speravamo! Miseria ladra! Ma sai in ognuno di noi c’è attaccata come fuliggine questa anarchia, questa babilonia. Ci scorre nelle vene e non riusciamo a contrastarla. Ci perseguita e noi siamo poca cosa davanti a lei. Perché non riusciamo a cambiare? Non siamo peggio di altri popoli. Sappiamo amare, conosciamo la lealtà, siamo ironici, crediamo in Dio. Nonostante tutto siamo fermi in questo labirinto di dolore creato dalle nostre mani. Fermi, fissi, non funzionanti, spenti.
C’è una cosa che i somali di tutto il mondo, dal Minnesota al Yorkshire, dalla Toscana alla Renania fanno: il faddi ku dirir, la guerra da seduto. Ci si ritrova per parlare della nostra situazione nei salotti spogli del nostro esilio. Ognuno tiene la sua posizione e non la molla. Ognuno parla con nonchalance delle alleanze e delle armi che ha. Armi che forse non ha usato in vita sua. Ci sono persone partite prima della guerra che conoscono a menadito i diametri delle pallottole, però non hanno mai sparato. Mai ucciso, mai visto morire. Ma il faddi ku diriir ha le sue regole, partecipano tutti e stranamente chi non ha mai visto la guerra è quello più violento. Prendono sussidi statali o fanno lavori normali. Poi la sera ci si attacca a internet. Surfiamo tutti su Hiraan, Merkaaddey, Bravanet, Bartahama.com, visita di rito alla vignetta di Amin Amir (te lo abbiamo fatto vedere il Vauro somalo, ha il tratto tagliente come una lama quell’uomo). Destino comune dei somali, ricchi e poveri, surfare e farsi travolgere dalle onde che ti arrivano sul capo come macigni. Non capiamo le notizie, ci travolgono e basta. Poi si nel faddi ku dirir si parla molto e spesso a vanvera. “Beh” ti dice uno “non sono contento di stare sotto questo ombrello, ma loro mi hanno dato la protezione. Ora mi posso salvare il culo. Ho qualche A-47. Prima non avevo nulla. Certo non mi hanno dato delle Tecniche, ma ci arriverò. Quando arriveranno i miei nemici gli aprirò il culo. Prima cos’ero? Pagavo il pizzo! Meglio questi che si coprono le mie donne, ma insomma meglio coprire loro che perdere la terra”. L’altro invece si bea di avere una cassa di soldi dall’Occidente e dirà “Noi vogliamo la nostra autonomia regionale. Siamo ricchi e crediamo nei diritti umani. Non vogliamo mischiarvi con le vostre squallide faccende del sud. Stiamo bene e abbiamo la pancia grossa. E poi noi le armi le facciamo, mica le elemosiniamo come voi”. Ma poi scopri che in quell’angolo di Somalia nessuno rispetta i diritti umani, forse non coprono le donne, ma tagliano i genitali agli uomini. Chi non ha niente guarda chi ha e sogna di avere qualcosa per poter anche lui uccidere, massacrare, dominare. Ognuno guarda al più debole, ognuno prima soffoca quello e si rafforza per poi vedersela con il più grande. Ma bada bene è un faddi ku dirirr sono parole da seduti. E alla fine finisce il tempo. Si deve ritornare a casa della mogli o dai mariti. La guerra di parole è finita. Ci si da pacche sulle spalle e si chiedi “ma che fanno stasera su Channel 4 o meglio vedere al jazeera? Sulla nostra Universal TV fanno vedere il consiglio dei soldati e quello a cui hanno tagliato la mano. Sono indeciso. Mi consigli?”. Il tuo nemico del faddi ku dirrir ritorna ad essere una persona. Ma solo per poco. Nelle mura di casa la Tv viene accantonata e si comincia a fare giri di telefonate planetarie. “Ma lo sai che tal dei tali avrà un carico di armi?” e si comincia di nuovo a parlare, parlare, parlare. E il niente si fa più devastante. Poi non è raro vedere qualcuno di questi che sono immigrati all’estero che poi fanno un po’ di soldi e si trasformano in signorotti di guerra, in sanguisughe e avvoltoi. E i figli crescono male, senza conoscere i padri persi in una guerra che anche loro non capiscono un granché.
Quando l’angoscia mi sovrasta penso alle parole di Obama in Ghana: Il futuro è nelle vostre mani. Africa rimboccati le mani e potrai farcela.

Ogni tanto cercano di riportarla in vita questa Somalia del niente, sono stati tanti i tentativi di farla respirare di nuovo, ma sa non è mica facile ridare la vita ad un paese morto. Noi non siamo sicuri che si può fare. Ma ecco non ci costa niente crederlo. Per questo crediamo che magari forse un giorno chissà succederà. La vita è strana. Se una giraffa può volare, allora la Somalia può rinascere.
Si ci dobbiamo rimboccare le maniche. E dobbiamo farlo subito. Prima che sia troppo tardi.
 FONTE

Monday, 21 September 2009

17 peacekeepers killed in Suicide attack in Somalia

17 peacekeepers killed in Suicide attack in Somalia
Mark Leon Goldberg - September 18, 2009 - 10:23am

This is a truly terrible development. Suicide bombers used white cars with UN markings to gain entry to an AMISOM base in Mogadishu. Dozens of people, including 17 African Union peacekeepers and the deputy force commander were killed in the attack. AMISOM is a force of about 5,000 troops from mostly Burundi and Uganda, which is the only international force trying to bring a semblance of stability to Somalia.

Here is Ban Ki Moon's statement:

I am shocked and outraged by the reported suicide attack against AMISOM Force Headquarters in Mogadishu today. The attack has reportedly killed or wounded a number of AMISOM troops including at the command level.

AMISOM is in Mogadishu to help end the conflict that has ravaged the country for the last 20 years, and for a better future in which all Somalis can live in peace and security.

We – the United Nations – remain committed to continuing to work with the Transitional Federal Government and the Somali people to facilitate reconciliation and the political process, build Somali security and rule of law institutions and provide humanitarian assistance. The United Nations stands by the African Union and AMISOM and will continue to support AMISOM's deployment and operations. UN resources from neighboring peace operations are on standby to assist the African Union to respond to the incident today as required.

I condemn in strongest possible terms this entirely unacceptable attack on those who are there to help foster peace and I call upon all Somalis to renounce violence and to work with the Transitional Federal Government towards national reconciliation.

I express my sincere condolences to the families, the contingents and Governments of those who lost their lives and my sympathy for those who have been wounded.
http://www.undispatch.com/node/8889

Saturday, 19 September 2009

CAMORRA: UN ANNO FA LA STRAGE DI CASTEL VOLTURNO


Un agguato che non aveva precedenti per ferocia e determinazione nella storia degli agguati messi a segno dalla camorra e che provocò la reazione della comunità africana degenerata in una lunga serie di atti di vandalismo. Il 18 settembre del 2008, sei immigrati africani - di Ghana, Togo e Liberia - furono ammazzati a Castel Volturno (Caserta) da un gruppo di Casalesi, guidato da Giuseppe Setola, che armato di kalashnikov e pistole spararono all'impazzata davanti ad una sartoria gestita da un africano.Un eccidio, secondo gli inquirenti, motivato dal fatto che gli africani avevano deciso di gestire in proprio il traffico di droga senza più sottostare alle regole imposte dal clan, un atto di ribellione che non poteva essere accettato dai casalesi.


Una strage in cui è possibile che un paio di immigrati siano morti solo per essersi trovati nel posto sbagliato. "La strage di Castel Volturno è stato un episodio nero - ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Caserta, colonnello Carmelo Burgio - oggi i responsabili sono tutti in carcere. La partita non è conclusa, ma il periodo di Setola e company è finito". Anche se, le radici che i clan hanno messo nel territorio non sono ancora state divelte. "La camorra è un fiume carsico che agisce in profondità e che ricomparirà non appena si attenueranno i controlli delle forze dell'ordine", sostiene il sindaco di Castel Volturno, Francesco Nuzzo. E, ad un anno dalla tragedia, è opportuno ricordare l'ondata di indignazione civile che quell'eccidio suscitò, dice l'assessore regionale all'istruzione della Campania, Corrado Gabriele.Il 18 settembre i sei immigrati africani saranno ricordati nel corso di una cerimonia, in programma nel luogo della strage, alla quale è prevista la partecipazione di autorità, cittadini ed di una larga rappresentanza di associazioni antirazziste. "Per non dimenticare uno degli atti più odiosi mai verificatisi in questa regione, nei confronti degli immigrati", ha sottolineato in una nota Mimma D'Amico, responsabile della comunicazione del Centro sociale ex canapificio di Caserta, che opera da anni a favore degli immigrati. Perché la strage e le manifestazioni di guerriglia urbana che sono seguite, hanno anche contribuito ad acuire il contrasto tra la popolazione locale e gli immigrati rendendo la convivenza difficile.


"Castel Volturno non è una città razzista - ha spiegato il sindaco - ma c'é una forma di malcontento per la presenza massiccia di immigrati clandestini sul territorio".Per Prosper, ghanese di Castel Volturno attivista del Movimento dei Migranti e dei Rifugiati "i lavoratori immigrati, sono gli stessi lavoratori stagionali che raccolgono pesche, arance, patate, pomodori e che vengono licenziati dalle fabbriche perdendo lavoro e permesso di soggiorno".Alla cerimonia sarà anche presente una larga rappresentanza di Libera. "Ad un anno di distanza saremo sul luogo della strage - sottolinea Valerio Taglione, referente provinciale dell'Associazione di don Ciotti - per difendere la memoria e la dignità delle sei vittime e per chiedere giustizia a partire dal riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno".