Wednesday, 17 November 2010

DONNE......DIASPORA AFRICANA ITALIA...

Lo sguardo di Combonifem sull'attualità dell'Italia e del mondo
NEWS
Women Generations Continuano gli incontri fuori dalle sale tra Generations e gli spettatori del Festival di Cinema Africano di Verona. Martedì pomeriggio, il ciclo di tavole rotonde dedicato all’approfondimento dà voce all’Africa femminile e al “ruolo della donna durante e dopo il cinquantenario dell’indipendenza africana”.



15.11.2010: Il secondo dei tre appuntamenti in programma in quest’edizione del 2010 porta il titolo di Women Generations: tavola rotonda sul ruolo della donna durante e dopo il cinquantenario dell’indipendenza africana. A condurre la serata (che si terrà martedì, alle 17.30, nella sala Fondazione Cariverona ex-chiesa S. Pietro in Monastero, via Garibaldi, 3), sarà Malice Omondi ( nella foto, originaria del Kenya, Malice è speaker e autrice di programmi radiofonici su Afriradio.it).

Tre le protagoniste. Cécile Kyenge è un medico, originaria della Repubblica democratica del Congo, è responsabile immigrazione del Pd dell’Emilia Romagna e consigliere provinciale a Modena. Fa parte della Rete della Diaspora nera in Italia- Redani. Cécile parlerà della Partecipazione politica delle donne africane nei Paesi di origine e di accoglienza, e presenterà il Progetto Women in Progress – piattaforme trasversale per la promozione della partecipazione politica delle donne in Italia.

Bridget Yorgure lavora come assistente sociale al Comune di Rovigo, è originaria della Nigeria. Bridget è portavoce in Italia del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (Mosop) del Delta del Niger ed è coordinatrice della Diaspora africana per la Provincia di Rovigo. Il tema del suo intervento sarà: Impatto sulle donne dello sfruttamento delle materie prime nei Paesi africani: quali prospettive di sopravvivenza? In particolare farà riferimento a Nigeria e Repubblica democratica del Congo.

Haram Sibide, economista, originaria del Mali, lavora come consulente per la cooperazione decentrata ed è rappresentante del Forum Africa Siena. Haram si soffermerà sul tema: Donne africane, quale dialogo costruttivo con la cooperazione internazionale?
Ricordiamo che martedì sera ci sarà il secondo appuntamento del Festival afro party con dj Alix, presso il bar Time out (zona universitaria, via Campofiore 3, Verona; ore 22.30, ingresso libero).

http://www.combonifem.it/articolo.aspx?a=2981&t=N

Thursday, 21 October 2010

ANGOLAN DIES DURING DEPORTATION.....


Jimmy Mubenga: MPs call for inquiry

Submitted 18 Oct 2010 4:26pm

 MPs have called for an inquiry into the death of an Angolan deportee who died while being restrained by security guards on an outbound flight from Heathrow.

Last week, an eyewitness told the Guardian newspaper that Jimmy Mubenga called out to fellow passengers for help before he died.

Mr Mubenga was being escorted out of Britain on a commercial British Airways flight to Angola by guards working for G4S – a private security firm, currently contracted by the Home Office to handle deportees.

Police and paramedics were called when Mr Mubenga lost consciousness, and the aircraft, which had been due to take off, returned to the terminal.

A US citizen - the third witness to come forward within 24 hours of the incident, last Tuesday night - was a passenger on the same flight. He said: “The last thing we heard the man say was he couldn't breathe.”
So far, four passengers have come forward to say that during the flight, they saw the 46-year-old father of five being heavily restrained under the seats by security officers.

Scotland Yard have taken over the investigation into Mr Mubenga's death. A Metropolitan Police spokesman said: "Officers from the homicide and serious crime command are investigating the death."

During a Home Affairs select committee, Liberal Democrat MP Julian Huppert called for a 'wide ranging and independent inquiry' into the country's deportation system.

Labour Chair Keith Vaz said: "The use of excessive force in deportations is dangerous and unacceptable. If, as eyewitness reports suggest, Mr Mubenga was complaining of breathing difficulties, questions must be asked as to why help was not called for sooner.
"I will be writing to both the home secretary and G4S on this matter whilst awaiting the outcome of police investigations. When removing people from the UK, human rights must be fully respected at all times." Concluded Mr Vaz.
Mr Mubenga's death echoes that of Jamaican immigrant Joy Gardner, who died in 1993 when police and immigration officers attempted to arrest and deport her, following the expiration of her six-month visa.

Thirteen feet of tape was wrapped around Ms Gardner's head and a body belt was used as a restraint. Ms Gardner fell in to a coma and was pronounced dead in hospital.

Three police officers were tried and cleared of causing her death.

The Institute of Race Relations' report into the lives of asylum seekers says that racist asylum and immigration policies in the UK have led to the deaths of 77 asylum seekers and migrants over the past four years, including that of Mr Mubenga.

Driven to Desperate Measures found that seven are said to have died in prison custody; more than a third of the deaths are people suspected or known to have taken their own lives after their asylum claims had been turned down; seven are said to have died after being denied health care for "preventable medical problems" and 15 are said to have died during desperate and "highly risky" attempts to enter the country.
By Davina Kirwan


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15/10/2010stampainvia


Gran Bretagna, immigrato muore ammanettato al sedile dell'aereo durante il rimpatrio
Jimmy Mubenga si lamentava perché non riusciva a respirare, ma le guardie di sicurezza private che lo stavano scortando in Angola non gli avrebbero creduto

"Non respiro, non respiro", ma le guardie private non gli credono. Jimmy Mubenga, 58 anni, è morto ammanettato al sedile dell'aeroplano che lo stava riportato in Angola.

Immigrato irregolare, l'uomo era scortato da tre guardie private. "Due erano sedute ai lati, mentre una terza aveva il posto davanti al suo", racconta Kevin Wallis, ingegnere che si trovava seduto vicino a Mubenga. "Continuava a dire che non riusciva a respirare, ma le guardie, dopo le mie proteste, mi hanno detto che sarebbe stato bene una volta in volo".
Invece l'aereo della British Airways, in partenza da Heathrow martedì sera, non è mai decollato. Mubenga è stato trasportato in ambulanza verso l'ospedale, ma i medici non hanno potuto fare altro che constatarne la morte. Ora la polizia ha aperto un'indagine per capire cosa sia andato storto e se le guardie abbiano avuto un ruolo nella morte. "Lo tenevano giù con forza, troppa forza, anche se lui si lamentava", denuncia Wallis. Nel 2006 Mubenga era stato condannato a due anni di reclusione per lesioni personali dopo una rissa in un nightclub.



Saturday, 25 September 2010

I “figli dell’Africa” si presentano alla città. Sabato 25 all’Affratellamento

Carolina Mancini per l’Altracittà
Mwana Africa: figli dell’Africa in Ki Swahili (una lingua parlata in tutta l’Africa orientale, nata all’epoca della tratta degli schiavi dalla mescolanza fra l’arabo e le lingue locali). È questo il nome di una nuova associazione che si presenterà alla cittadinanza il prossimo sabato 25 settembre presso il Teatro dell’Affratellamento in via Gian Paolo Orsini 73 a Firenze, con una serie di interventi che culmineranno in un pranzo a base di pietanze africane.

«Siamo circa un’ottantina di persone, in prevalenza immigrati, anche se non tutti africani, e ci sono anche una decina di italiani». Così ci spiega Kassambwe-Kassamba, il presidente di Mwana Africa. «Ci sono molti progetti che intendiamo portare avanti. Alcuni già in piedi, come la Rete Panafricana del Contenzioso, un insieme di avvocati italiani e giuristi africani che hanno studiato in Europa, e che svolgono un lavoro di consulenza e supporto, per esempio nei confronti degli immigrati che sono in carcere o che hanno un procedimento in corso».

Mwana Africa si rivolge principalmente alle persone non abbienti di qualsiasi nazionalità, occupandosi di questioni relative ai bambini non accompagnati, alle donne lavoratrici, alle famiglie monogamiche, fornendo assistenza agli immigrati nel corso degli iter burocratici relativi alle varie pratiche e nei rapporti con le istituzioni. Da quasi un anno “i figli dell’Africa” si ritrovano ogni seconda domenica del mese, di solito presso l’Osteria del Leone a Sant’Ilario (Lastra a Signa) per discutere e confrontarsi, cercando di svolgere una funzione di coordinamento con le altre associazioni e di cerniera fra queste, i singoli cittadini e le istituzioni.

Per ora Mwana Africa non ha fonti di finanziamento, se non «le cene africane che ogni tanto organizziamo al Circolo di Sant’Ilario – continua Kassambwe. Lo scopo della giornata di sabato è anche quello di trovarne alcuni, e comunque di allargare la nostra rete. Ci piacerebbe che altri tecnici aderissero, per portare avanti questo lavoro di consulenza anche in altri campi: medici, architetti, costruttori, artisti. Noi ci consideriamo anche una sorta di ‘scuola’ di educazione alla responsabilità e al senso delle istituzioni: per questo lo scambio con questi specialisti sarebbe un’importante ricchezza da condividere fra i nostri soci. Faccio un esempio banale: se un africano volesse circoncidere il figlio, potremmo promuovere un dibattito in cui la questione viene affrontata dal punto di vista legale, con un avvocato che spiega cosa dice la legge a questo proposito, dal punto di vista medico, affrontando le questioni igienico-sanitarie, e così via. La nostra aspirazione è quella di ‘esportare’ i risultati che questa rete produrrà (le competenze, la conoscenza, la cultura) anche fuori dall’Italia, nei paesi di provenienza degli immigrati, perché è chiaro che se le persone stessero bene a casa propria non la lascerebbero, e verrebbero in Italia solo come i nostri ‘cugini americani’, per ammirare le opere di Michelangelo. Ma per arrivare a questo è necessario partire dal nostro territorio e dalle sue risorse».


La giornata di sabato 25

Si inizia alle 9.00 con l’intervento dello stesso Kassambwe-Kassamba, che presenterà l’associazione.

All’intervento di Kassambwe seguirà quello dell’assessore regionale al Welfare e alle politiche per la casa Salvatore Allocca che parlerà di “Integrazione partecipe e tutela dei cittadini stranieri”.

L’avvocato Giovanni Flora, presidente della Camera Penale, si occuperà invece di “difesa dell’immigrato e difficoltà nel corso del processo.”.

Il punto di vista degli immigrati sull’integrazione sarà affidato a Olumba Napoleon, portavoce della comunità nigeriana di Siena.

Di “Sicurezza e legalità” parlerà la Dottoressa Daniela Lucchi, dirigente della prefettura per l’Area IV – Diritti Civili, Cittadinanza, Condizione Giuridica dello Straniero, Immigrazione e Diritto d’Asilo -, mentre Andrea Amaro, della CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) affronterà il tema: “Immigrati nella società post industriale: una risorsa o un problema?”).

Al pranzo finale si potranno gustare prelibatezze della Costa D’Avorio, del Congo, del Senegal e del Maghreb.

Per altre informazioni: 339.6913675
http://www.altracitta.org/2010/09/23/i-figli-dellafrica-si-presentano-alla-citta-sabato-25-allaffratellamento/

Tuesday, 31 August 2010

Gheddafi a Roma: Avvenire, show che diventa boomerang

ROMA - Muammar Gheddafi e' ripartito per Tripoli. L'airbus del leader libico e' decollato dall'aeroporto militare di Ciampino.

DOMANI FRATTINI A TRIPOLI PER RIUNIONE '5+5' - Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si rechera' domani pomeriggio a Tripoli, per prendere parte a una riunione informale del Dialogo 5+5. Lo rende noto la Farnesina. Il foro ''5+5'', che riunisce i Paesi del Mediterraneo Occidentale - per la sponda Nord Francia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna; per la sponda Sud, Algeria, Libia, Marocco, Mauritania e Tunisia - costituisce, rileva la Farnesina, un'importante dimensione della cooperazione euro-mediterranea ed un'utile sede per la discussione delle principali tematiche d'area. L'Italia detiene la co-presidenza del Dialogo 5+5 per la sponda Nord (co-presidente per la sponda Sud e' la Tunisia).

AVVENIRE, SHOW CHE DIVENTA BOOMERANG - Un' ''incresciosa messa in scena'' firmata dal colonnello Gheddafi o ''forse solo un boomerang'', ''certamente e' stata una lezione, magari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicita' insidiata''. Il quotidiano dei vescovi, Avvenire, in un editoriale firmato dal direttore Marco Tarquinio tira le somme della visita del leader libico a Roma, tra affari e provocazioni.
''Incontrarsi serve comunque e sempre'', premette Tarquinio lodando la ''nuova stagione'' e la ''riconciliazione'' tra Roma e Tripoli. Pero' - sottolinea il giornale della Cei - non si possono sottacere ''aspetti sostanziali e circostanze volutamente folkloristiche'' della visita cosi' come ''momenti incresciosi e urtanti'' quali l'incontro per ''una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate''.
Avvenire si chiede quindi come Gheddafi - nella ''tollerante e pluralista Italia'' dalle ''profonde e vive radici cristiane'' e al tempo stesso capace di ''una positiva laicita''' - abbia potuto ''fare deliberato spettacolo di proselitismo (anche grazie a un Tg pubblico incredibilmente servizievole...). Non sapremmo dire in quanti altri paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso,avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco''.
''Probabilmente e' stato un boomerang - conclude l'editoriale -una dimostrazione di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato non (piu') estremista piano politico e piano religioso''.
5 MILIARDI ALL'ANNO DALL'UE CONTRO I CLANDESTINI - Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi esalta l'amicizia tra Italia e Libia durante la cerimonia per il secondo anniversario del Trattato di Bengasi e afferma che ''tutti dovrebbero rallegrarsene'' e chi critica ''e' prigioniero di schemi superati''.

Gheddafi: ''Saluto il grande coraggio del mio grande amico''. La giornata di ieri, segnata dalla richiesta di 5 miliardi all'anno per fermare l'immigrazione clandestina in Europa e da nuove polemiche sulla visita del leader libico, si e' conclusa con una cena di gala.



Gheddafi ha lasciato la tavola verso le due, mentre il premier italiano e' rimasto a festeggiare l'evento con gli 800 invitati e diversi ministri. Sulla Padania titolo a tutta pagina: ''L'Europa sia cristiana''.

TERZO SHOW, SOLDI CONTRO CLANDESTINI O UE NERA

- Terzo show in due giorni del leader libico Muhammar Gheddafi che si spinge fino a chiedere 5 miliardi di euro all'Unione europea per contrastare una ''pericolosa'' immigrazione che puo' far diventare ''nera'' l'Europa. E' stato un intervento fiume di oltre quaranta minuti quello del colonnello, tutto incentrato sulla pagina del colonialismo e su inquietanti scenari disegnati dall'avanzata dell'immigrazione africana. Un lunghissimo discorso pronunciato di fronte al premier e a una folta delegazione del governo presso la caserma 'Salvo D'Acquisto', teatro delle celebrazioni per il secondo anniversario del Trattato di Amicizia italo-libico. Non appena presa la parola, Gheddafi ha subito fatto presente ''i drammi e le sofferenze'' subite dal popolo libico a causa dell'invasione italiana, drammi rtuttora presenti tra la popolazione del Paese. Anche Berlusconi, ha raccontato il Colonnello, si e' oggi commosso ''al punto di piangere'' alla visione delle fotografie ''ufficiali'' esposte nella mostra inaugurata oggi pomeriggio dai due leader e che documentano la dolorosa pagina del colonialismo italiano. Era un'altra Italia, ha aggiunto Gheddafi. Oggi c'e' il Trattato di amicizia e nuove sfide da affrontare insieme, prima fra tutte, quella della ''pericolosa'' immigrazione africana che spetta alla Libia, ''ponte'' privilegiato tra l'Africa e l'Europa, contrastare con l'aiuto economico dell'Unione europea. Cinque miliardi di euro e' la cifra richiesta da Gheddafi per impedire che ''l'Europa - cosi' ha prospettato il colonnello - un domani potrebbe non essere piu' europea e diventare addirittura nera perche' - ha spiegato - in milioni vogliono venire in Europa''. ''Attualmente - ha affermato dipingendo uno scenario fosco - subiamo una immigrazione dall'Africa verso l'Europa ma in questo momento si tratta di una cosa molto pericolosa: non sappiamo che cosa succedera', quale sara' la reazione degli europei bianchi e cristiani di fronte a questo movimento di africani affamati e non istruiti''. ''Non sappiamo - ha insistito Gheddafi - se l'Europa restera' un continente avanzato e coeso o se si distruggera' come avvenne con le invasioni barbariche''. ''Dobbiamo immaginare che questo possa succedere - ha sottolineato a sostegno del proposta da lui stesso avanzata - e prima che succeda dobbiamo lavorare insieme, fermare l'immigrazione sulle frontiere libiche''. ''L'Europa - ha scandito - ci deve ascoltare'' mentre tocca all'Italia sostenere in sede europea la richiesta di Gheddafi di fare della Libia l'avamposto chiave nel contrasto all'immigrazione clandestina. Berlusconi da parte sua ha ricordato come con la stipulazione del Trattato di amicizia fra i due Paesi si sia ''voltato pagina'' e chiuso per sempre la pagina nera del colonialismo. Gheddafi lo ha piu' volte lodato menzionando il ''grande coraggio'' del presidente del Consiglio per le scuse presentate dal premier per il passato coloniale italiano in Libia, ''un errore - ha sottolineato il Colonnello - commesso dall'Italia fascista, non dall'Italia''. Da qui anche la richiesta avanzata alla comunita' internazionale affinche' sia l'Italia ad avere un seggio al consiglio permanente di sicurezza dell'Onu. Un ''diritto'' dell'Italia, secondo Gheddafi, che ha avuto, al contrario della Germania, la forza e il coraggio di liberarsi da sola del fascismo ''impiccando Mussolini per le strade''. Nell'Italia di oggi poi, il leader libico, ha incoraggiato ad investire i suoi stessi connazionali che dispongono di risorse economiche e finanziarie.

APPELLO LEADER, INVESTITE IN ITALIA - Un nuovo flusso di investimenti libici potrebbe presto arrivare in Italia a rafforzare la crescente presenza nelle nostre banche, societa' e industrie in combinazione con la corsa delle imprese italiane a realizzare le infrastrutture del paese nordafricano. Il leader Muammar Gheddafi, alla cerimonia per il Trattato italo-libico, dove e' presente una nutrita schiera di personalita' dell'economia e della finanza italiana, incoraggia i libici con risorse finanziarie ''a venire in Italia per investire in Italia''. Il Colonnello chiede anche scambi di conoscenza e tecnologie ma sono le parole sugli investimenti, poche ma precise in un discorso fiume di 40 minuti ricco di citazioni storiche e incentrato sulle colpe del colonialismo e le nuove sfide dell'emigrazione, a creare piu' interesse fra la comunita' finanziaria. Diversi esponenti del mondo dell'economia e manager, prima di recarsi alla cena ufficiale (slittata a oltre la mezzanotte) sottolineano ''l'affidabilita' oramai assodata' dei libici come partner e un ambiente molto migliorato per realizzare gli affari. ''I libici - spiega uno di questi -. sono un partner che guarda al medio-lungo termine con molte risorse''. Nella tribuna d'onore a pochi passi dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico ad assistere al carosello dei Carabinieri e alle evoluzioni dei cavalieri arabi, si sono notate le presenze dell'ad di Unicredit Alessandro Profumo (dove i libici sono oramai il primo socio con il 7% del capitale) accanto a Jonella Ligresti, al presidente Telecom Gabriele Galateri, ai vertici Enel Piero Gnudi e Fulvio Conti il quale ha spiegato che il gruppo ''ha interessi potenziali in Libia'' anche se al momento non c'e' nulla. Presente anche Massimo Ponzellini, presidente di Impregilo che realizzera' insieme ad altre 20 imprese italiane (fra cui Todini, Salini, Condotte e Cmc) l'autostrada finanziata dall'Italia a risarcimento dei danni del'epoca coloniale, e il numero uno di Finmeccanica Pierfrancesco Giarguaglini, anch'essa impegnata nel paese insieme a Zarubezhstroytechnology, societa' controllata dalle Ferrovie Russe Jsc Rzd, un contratto da 247 milioni di euro per realizzare sistemi di segnalamento, alimentazione e comunicazione sulla tratta da Sirte a Bengasi. Con Finmeccanica inoltre i libici hanno siglato una nuova joint venture (dopo la Liatec, Libyan Italian Advanced Tecnology Company, costituita nel 2006 per realizzare elicotteri). Non c'era alla cerimonia invece l'ad di Eni Paolo Scaroni ma il suo numero due Claudio Descalzi. Il rapporto fra il gruppo e il paese e' piu' che consolidato e di recente il colosso italiano ha annunciato investimenti sul posto per 25 miliardi di euro
http://temporeale.libero.it/libero/fdg/4026733.html
 

Morire nel deserto: così come prevede l'accordo tra Berlusconi e Gheddafi.

Monday, 30 August 2010

Italia-Libia/ Unhcr: in attesa chiarimenti su missione a Tripoli

Italia-Libia/ Unhcr: in attesa chiarimenti su missione a Tripoli

Roma, 29 ago. (Apcom) - Mentre Muammar Gheddafi è sbarcato a Roma per una visita ricca di folclore, affari e politica, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati auspica che si possa presto giungere a una definizione della sua missione a Tripoli, attualmente in attesa di chiarimenti. "Il nostro auspicio" commenta Laura Boldrini, portavoce in Italia dell'Unhcr, "è che alla fine del Ramadan si possa concludere la trattativa e firmare un vero e proprio 'accordo di sede' per la nostra presenza in Libia".
L'Unhcr lavora in Libia da 19 anni ma il suo ufficio è stato chiuso a inizio giugno proprio per l'assenza di un 'accordo di sede', e riaperto, a fine giugno, con forti limitazioni; al personale è stato chiesto di occuparsi solo dei casi di richiesta d'asilo già avviate, senza aprire nuove pratiche. Tuttavia, ricorda Boldrini, in vari Paesi e su richiesta del governo locale l'Unhcr opera anche senza accordo di sede, come avvenne in Siria dopo l'arrivo massiccio dei rifugiati iracheni.
La presenza dell'Alto commissariato in Libia è divenuta cruciale per i richiedenti asilo dopo l'accordo fra Tripoli e Roma che sancisce il controllo dei flussi migratori da parte libica, e dopo l'avvio da parte italiana della politica dei 'respingimenti in mare' per i barconi che giungono dalle coste libiche. La strategia, come ricorda spesso il ministro dell'Interno Roberto Maroni, ha portato a un crollo verticale degli sbarchi di immigrati sulle coste italiane, ma anche delle domande di asilo. Boldrini ricorda infatti che "prima della politica dei respingimenti, il 75% di coloro che arrivavano in Italia partendo dalle coste libiche faceva richiesta di asilo nel nostro Paese, che al 50% di queste persone riconosceva una forma di protezione". In prevalenza si trattava di africani: somali, eritrei, sudanesi, nigeriani.
Prima della chiusura del 2 giugno, "operavamo con dei limiti perché non ci era consentito l'accesso in tutti i centri di detenzione, e perché non c'è una legge sull'asilo in Libia, ma eravamo un riferimento per chi giungeva bisognoso di protezione", ricorda Boldrini. Dopo la riapertura a fine giugno, "fisicamente siamo in ufficio ma solo per occuparci dei vecchi casi. E' una riapertura parziale che deve essere finalizzata, e siamo in attesa per capire che raggio d'azione potremo avere". L'auspicio, ribadisce Boldrini, è che "dopo la festa dell'Eid al Fithr, per la fine del Ramadan, potremo firmare questo accordo di sede che servirà a istituzionalizzare la nostra presenza".
http://www.apcom.net/newsesteri/20100829_170036_21fc31a_95976.html

Wednesday, 28 July 2010

Zimbabwe ‘mistreating’ migrants



Wednesday
July 28,  2010

Zimbabwe 'mistreating' migrants



Zimbabwe's president Robert Mugabe. Photo/Reuters
Zimbabwe's president Robert Mugabe. Photo/Reuters 
By KITSEPILE NYATHI, NATION Correspondent
Posted Tuesday, July 27 2010 at 20:09
Asylum seekers from several African countries seeking refugee in Zimbabwe have complained that they are being thrown into jails with hardened criminals.
The prisoners from countries such as Zambia, Somalia, Ethiopia and Rwanda were last week given an opportunity to air their views at one of Harare's most notorious prisons during a familiarisation tour by the Deputy Minister of Justice, Obert Gutu.
A refugee who did not give his name but comes from the Democratic Republic of Congo said he was arrested two years ago while on his way to the United Nations High Commission for Refugees (UNCHR)  and has been languishing in jail ever since.
"The first time I went to the courts there was a language barrier since in DRC we speak French.
"I could not understand a word of English and I was told to come back some other time," he said.
 When he appeared in court for the second time he was fined US$100 for violating the country's immigration laws but he remains in jail even after a Good Samaritan paid the fine on his behalf.
"I am running away from war and wish to be taken to the refugee camp, I have no relatives in Zimbabwe and I have no money. I wonder why I am being kept here," he said.
The prison officials could not give an indication of the number of asylum seekers in jail but Gutu said he was aware that the immigration department was handling some cases. Other prisoners who spoke were from Zambia, Somalia and Ethiopia who said they did not understand why they were being kept in  jail instead of refugee camps.
UNCHR representative to Zimbabwe Marcelin Hepie said recently they handled a case of six Somalis who have since been released. "We do handle similar cases during our routine visits," he said. "The largest group was that of six Somalis who have since been released."
Although according to the UNCHR figures released last month, Zimbabweans topped the list of people seeking asylum last year, hundreds of refugees from across Africa arrived in the impoverished country

Saturday, 10 July 2010

Arbeit macht frei 2.0 - In Libia..............

Arbeit macht frei 2.0 - In Libia ancora ricatti e imbrogli contro gli eritrei

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Mentre i mezzi di informazione italiani, con l’eccezione dell’Unità, di Raitre e di pochi altri, hanno steso una cortina di silenzio sulla sorte degli oltre 200 eritrei detenuti e abusati nel carcere di Brak, in Libia, una agenzia AFP chiarisce meglio la portata dell’accordo, un vero e proprio “patto leonino” che il governo libico, con la mediazione dell’OIM, avrebbe imposto ad una parte dei detenuti, mentre circa un terzo sembra che ancora si rifiuti di sottoscrivere l’”accordo di regolarizzazione”, che secondo le autorità di quel paese “ li sottrarrebbe alle bande di criminali” trafficanti ovviamente, e conterrebbe addirittura”misure per l’accoglienza e l’integrazione”.

E’ proprio il caso di ripetere, purtroppo, “ARBEIT MACHT FREI”, il lavoro rende liberi. Secondo l’accordo imposto dal governo libico ad una parte degli Eritrei, che probabilmente avrebbe firmato qualsiasi pezzo di carta pur di lasciare il carcere militare di Brak nel quale vengono abusati da giorni,”l’ambasciata eritrea in Libia consegnerà dei documenti, e dunque identificherà, i detenuti” al fine di permettere “a quanti lo desiderano di insediarsi in Libia”. L’insediamento dovrebbe avvenire non certo per libera scelta delle persone ma esclusivamente all’interno di uno dei campi di lavoro socialmente utile che la Libia esibisce con orgoglio per dimostrare il carattere socialista del suo regime. Ma la sorte degli eritrei dispersi in questi campi ed affidati alla rigida organizzazione dei tanti gerarchi libici appare segnata, ed una volta considerati come migranti economici rimane ancora assai alto il rischio che alla prima occasione vengano espulsi nel paese d’origine, dove ad attenderli troverebbero carcere e torture. Il regime eritreo ha buona memoria.
E’ rimasto in ombra in questa soluzione il ruolo dell’Italia, che pure era stata sollecitata dal Commissario ai Diritti umani del Consiglio d’Europa ad un “chiarimento” con la Libia sulla vicenda della deportazione degli eritrei da Misurata a Brak.. Come sono rimasti inascoltati i numerosi appelli per un ritrasferimento (resettlement) dei profughi dalla Libia in Italia, come già avvenuto negli anni passati, seppure in poche decine di casi.

Il capo della missione OIM in Libia Laurence Hart ha dichiarato, sempre secondo l’AFP, che la soluzione è stata individuata dalle autorità libiche “per integrare gli immigrati eritrei in attività di lavoro socialmente utile, come è stato fatto in passato nel caso di altri immigrati somali”. Tutti dovrebbero sapere però la sorte di sfruttamento sistematico e di abusi quotidiani a danno dei somali e degli eritrei in Libia, come si ricava dai rapporti di Human Rights Watch e di Amnesty International. E come gli eritrei anche i somali avrebbero avuto, ed hanno diritto, ad ottenere tutti non solo un permesso di soggiorno per lavoro, magari in una condizione di grave sfruttamento, ma il riconoscimento dello status di protezione internazionale, e dunque della libera circolazione sotto la sorveglianza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Un ruolo di garanzia che cessa quando un migrante non è riconosciuto come rifugiato ma come un comune migrante economico, magari da fare rientrare nel paese di origine alla prima occasione. La soluzione adottata dal governo libico mette “fuori gioco” ancora una volta l’UNHCR che peraltro in Libia ha sempre avuto una limitata capacità di azione.

La stessa agenzia riferisce poi la vera ragione della chiusura della piccola delegazione dell’UNHCR a Tripoli, che aveva riconosciuto lo status di rifugiato a 8.951 persone e ne aveva riconosciuto altre 3.689 come richiedenti asilo. Per il governo libico si trattava invece di “immigrati clandestini”, che “in nessun modo potevano essere considerati come rifugiati o richiedenti asilo” . Ecco perché all’inizio di giugno l’ufficio dell’UNHCR a Tripoli veniva chiuso, proprio perché, a detta delle autorità libiche, avrebbe posto in essere “attività illegali”. Adesso sembrerebbe che sia stata consentita la riapertura dell’ufficio, ma con un mandato limitato soltanto ai casi già trattati in passato. E poi, se tutti i potenziali richiedenti asilo sono considerati come migranti economici, che senso può avere la presenza dell’UNHCR a Tripoli? Una domanda alla quale dovrebbe fornire risposta anche l’Ufficio centrale dell’UNHCR a Ginevra, anche perché la Libia non ha ancora sottoscritto la Convenzione di Ginevra.

E’ caduto intanto nel vuoto l’appello del Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa Hammarberg che sollecitava l’Italia i ministri Maroni e Frattini a chiarire la situazione con la Libia ed a trasmettere informazioni allo stesso Consiglio d’Europa in merito alla vicenda degli eritrei arrestati in Libia, anche alla luce dei numerosi report di agenzie internazionali che indicavano tra i deportati eritrei trasferiti a Brak ed a rischio di ulteriore deportazione nel loro paese di origine, anche migranti che lo scorso anno “avevano cercato di raggiungere l’Italia per cercare di ottenere uno status di protezione internazionale” ed “erano stati respinti in Libia senza avere la possibilità di inoltrare la relativa domanda”. Probabilmente, come ha detto lo stesso Gheddafi in diverse occasioni, in particolare nel suo viaggio a Roma lo scorso anno, anche Maroni risponderà adesso al Consiglio d’Europa quanto affermato da Berlusconi lo scorso anno, che in Libia non esistono richiedenti asilo, che si tratta solo di migranti irregolari, anzi “clandestini”, e che dunque non ci sono problemi di violazione di norme internazionali.

Questi i fatti, e le menzogne, come sta venendo fuori dalle numerose testimonianze che smentiscono Maroni e confermano che tra gli eritrei deportati a Brak ve ne sono parecchie decine che lo scorso anno l’Italia ha intercettato in acque internazionali, mentre cercavano di raggiungere l’Italia per chiedere asilo, e che ha riconsegnato alle motovedette italo-libiche, che li hanno poi ricondotti nei centri di detenzione come quello di Misurata. Persone che se avessero raggiunto un qualunque paese europeo avrebbero avrebbero avuto diritto al riconoscimento di uno status di protezione internazionale.
Ma sta succedendo qualcosa di ancora più grave che i comunicati ufficiali nascondono. La circostanza che la maggior parte degli eritrei trasferiti da Misurata a Brak si stia rivolgendo ( meglio, sia stata costretta con la forza a rivolgersi) al proprio consolato per il rilascio di documenti identificativi, e che questi documenti permetteranno l’inserimento in una “comune di lavoro”, come quelle presenti in Libia, uno degli ultimi baluardi evidentemente del socialismo ( e infatti in quel paese è vietata la proprietà privata della terra), comporta alcune conseguenze assai gravi, che alleggeriscono le responsabilità dei governi e costituiscono la premessa per la dispersione dei duecento rifugiati eritrei, declassati adesso a semplici migranti economici, che il “magnanime” governo libico accetterebbe di “regolarizzare”.

La identificazione di queste persone da parte del governo eritreo le rende ricattabili a vita, anche per le “attenzioni” che questo governo riserva a madri, mogli, figlie e sorelle di quanti tentano la via della fuga all’estero in cerca di asilo. Inoltre avere accettato, meglio essere stati costretti dai libici, con le violenze subite da giorni, a sottoscrivere un “accordo di integrazione” fissa a tempo indeterminato gli eritrei nella comune di lavoro nella quale verranno assegnati,ed impedisce loro qualsiasi futuro riconoscimento dello status di rifugiato, sia per i ricatti che potrebbero subire sui loro parenti in Eritrea, sia soprattutto perché una volta qualificati come migranti economici, e dopo avere chiesto “protezione”, attraverso la richiesta dei documenti identificativi, alla loro rappresentanza diplomatica in Libia, potrebbe ritenersi venuta meno la ragione per riconoscere loro, anche da parte dell’UNHCR, lo status di protezione internazionale.
Un trabocchetto in uso in Italia fino a qualche anno fa, quando ancora non era entrata in vigore la normativa comunitaria attuata con il decreto legislativo n.25 del 2008, consisteva nel chiedere e verbalizzare alle persone appena sbarcate se volessero lavorare in Italia. Tutti naturalmente rispondevano affermativamente, e tanto bastava alle forze di polizia per respingere immediatamente e ritenere infondata la domanda di protezione internazionale, con la successiva adozione di provvedimenti di espulsione o di “respingimento differito”. Un “trucchetto” che il d.lgs n.25 del 2008 ha in qualche modo ridimensionato, togliendo alla polizia di frontiera qualunque potere discrezionale nell’esame della domanda di asilo che adesso è di pertinenza esclusiva della competente commissione territoriale. Ma evidentemente la “formazione congiunta” italo-libica produce i suoi frutti ed ecco che adesso la polizia libica, e il governo che la dirige, hanno imparato lo stesso “trucchetto” che anni fa si praticava in Italia, e in certi casi, come alle frontiere portuali dell’Adriatico, si continua a praticare ancora oggi per impedire ai potenziali richiedenti asilo l’accesso alla procedura.

Per negare tutela e riconoscimento ai potenziali richiedenti asilo basta considerarli e trattarli come “migranti economici”, e dunque “clandestini”, se tentano di accedere al territorio senza i necessari documenti di ingresso e soggiorno. Quello che prima si faceva in Italia, a Lampedusa, adesso si fa in Libia, con l’aggravante che le persone vengono trattenute in condizioni disumane, esposti a continui abusi, cosa che capitava e capita anche in Italia, ma certamente non ai livelli di “raffinatezza” della polizia libica. La scelta di passare per migranti economici, e dunque di “regolarizzarsi” per andare a lavorare come schiavi, potrebbe dunque apparire per gli eritrei di Brak l’unica via per porre fine a giorni interminabili di torture e soprusi di ogni genere. E chissà che fine faranno quelli che non firmeranno questi “accordi di integrazione”, e i tanti che sono stati feriti e che vengono ancora picchiati se solo chiedono di essere curati.

L’accordo di “integrazione” e dunque la “regolarizzazione” forzata, con l’avvio degli eritrei ai “campi di lavoro socialmente utile”, ha altri importanti risvolti che certo faranno dormire sonni più tranquilli ai nostri ministri che da anni negano la presenza in Libia di richiedenti asilo e giustificano anche in questo modo i respingimenti collettivi in acque internazionali, praticati con tanto successo, prima dalle nostre unità navali, in particolare dalla Guardia di finanza, ed adesso subappaltati ai mezzi navali donati ai libici. I quali non hanno certo problemi di doversi adeguare agli scomodi standard dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa in materia di diritti umani, e alla Convenzione di Ginevra, soprattutto per quanto concerne il divieto di respingimento (refoulement) affermato dall’art.33 della stessa Convenzione. E infatti, se di migranti economici si trattava, e dunque di irregolari, o di “clandestini”,che magari avrebbero attentato alla “sicurezza” degli italiani, anche nel caso di somali ed eritrei, come di nigeriani o togolesi, ben potevano giustificarsi sia le retate a terra che la polizia di Gheddafi ha intensificato proprio a partire dagli accordi con l’Italia, quanto i respingimenti collettivi in acque internazionali, senza alcuna identificazione, vietati dall’art.4 del protocollo 4 allegato alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’auomo e dall’art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, documenti che evidentemente sono carta straccia non solo per la Libia ma anche per l’Italia.

Chiediamo ancora una volta che la Corte Europea dei diritti dell’uomo pronunci finalmente la sua sentenza per i respingimenti collettivi in Libia praticati il 6 e 7 maggio del 2009 dalla nave Bovienzo, altrimenti se passerà ancora del tempo, dopo fatti come la deportazione da Misurata, dei ricorrenti non ne resterà più traccia.

Attendiamo adesso con angoscia crescente altre notizie sulla sorte dei profughi eritrei, anche dopo la loro “liberazione”, magari per conoscere le tappe della loro “integrazione” in Libia. E vorremmo anche avere notizie al più presto sulla sorte dei numerosi feriti di Brak e delle donne e dei bambini rimasti a Misurata, come delle migliaia di migranti che la Libia continua a trattenere nei propri centri di detenzione, ancora inaccessibili, a parte qualche “visita guidata”, usata come al solito per ingannare l’opinione pubblica internazionale, o almeno quanti si accontentano delle liturgie sulla sicurezza recitate dai ministri sulla pelle di persone esposte giorno per giorno a detenzione illegale e ogni sorta di trattamenti inumani o degradanti.

Vorremmo anche che l’OIM e l’UNHCR chiarissero il senso della loro attuale presenza in Libia, magari facendo sapere quali garanzie sono previste perchè non venga coartata la scelta verso i cd.”rimpatri volontari” e quale sorte attende coloro che ancora si trovano in quel paese e sarebbero nelle condizioni di fare valere il diritto di asilo o un altro status di protezione internazionale in un qualunque paese che aderisca, a differenza della Libia, alla Convenzione di Ginevra.

http://www.meltingpot.org/articolo15697.html


Tuesday, 6 July 2010

I volti della diaspora africana in Italia

Migranti, i volti della diaspora africana in Italia

Una comunità eterogenea e dinamica che si sta strutturando nei settori dell'economia, della cultura e della politica del nostro Paese. E che spesso si scontra con lo scoglio di un'integrazione difficile se non impossibile.


Gli immigrati in Italia sono il 7 per cento della popolazione: 4,3 milioni su 60,2. La diaspora africana conta per il 20 per cento con poco più di 870mila unità, di cui 600mila dal Maghreb. Dell'Africa subsahariana le comunità più numerose sono la senegalese (67mila) e la nigeriana (44mila). Ma non solo numeri. Sono le tante Afriche: a tutti gli effetti rappresentanze in Italia di almeno 26 dei 53 Stati indipendenti, oltre al Territorio del Sahara occidentale. Per la mentalità europea, tormentata dalla necessità di ricondurre tutto all'unità, è come leggere un libro di storia, di cultura, di costume attraverso la lente di un caleidoscopio. Il risultato è un dramma che si riflette nella cronaca quotidiana di un processo di integrazione talmente ricco e dinamico, che coglie tutti impreparati. Indipendentemente dalla buona fede. Eppure questa comunità così eterogenea si sta strutturando nei settori dell'economia, della cultura e della politica del nostro Paese.

Imprenditoria etnica
Secondo l'Organizazzione internazionale delle Migrazioni (Oim), gli immigrati titolari d'impresa sono 165.114 e ogni anno aumentano. Edith Elise Jaomazava, nominata 'Imprenditore immigrato dell'Anno' dalla MoneyGram, la societa' di trasferimenti internazionali di denaro che ogni anno premia l'eccellenza dell'imprenditoria etnica. Di origine malgascia, Jaomazava, 40 anni, gestisce da sei anni 'SA.VA', un'azienda di spezie a Moncalieri, in provincia di Torino. L'impresa è in piena crescita: nel 2009 le vendite sono aumentate del 62,8 per cento. Oltre a sfidare la crisi in Italia Jaomazava, sposata con un italiano e madre di quattro figli, si fa promotrice dello sviluppo in Madagascar: la vaniglia e la cannella coltivate nel nord di quel Paese danno lavoro a 300 persone. "Le difficoltà sono state molte. Come fare a raccontarle?", scrive sul suo sito online, "la lingua e le leggi, la diffidenza dei clienti che si fermano al colore della pelle e non riescono a vedere la serieta' del lavoro. E poi la famiglia, che non si può certo trascurare". Edith Elise Jaomazava guarda lontano. Nel 2011 prevede di aprire una nuova sede in Madagascar per migliorare la logistica della filiera con l'Italia.
    L'eritreo Hannea Gemal Ali è il re dell''halal'. Arrivato in Italia nel 2002, anche lui e' stato premiato dalla MoneyGram come 'Giovane imprenditore 2010'. E' titolare della 'Zula Italy Food', azienda che produce e commercializza generi alimentari 'halal', ossia cibi che rispettano i dettami della religione musulmana. Nel 2009 le vendite non solo non hanno risentito della crisi ma sono aumentate del 30%. L'azienda, che conta appena su tre dipendenti, lavora principalmente con l'Europa.
     Francis Sietchiping, gastroenterologo camerunese trasferitosi a Milano, nel 2007 decide con alcuni amici di fondare una banca etica per gli africani, la Unicontinental Bank. E' la prima in Italia della diaspora africana. "L'idea", racconta Sietchiping, "nasce
dalla nostra volontà, da noi africani d'Italia. Abbiamo voluto creare uno strumento di microfinanza e per farlo dovevamo fondare una banca ad hoc. L'intuizione iniziale era facilitare i trasferimenti di valuta tra l'Italia e l'Africa, oggi costoso e anche rischioso". Sietchiping, calcolatrice alla mano, ha fatto un po' di conti:ogni anno gli africani della diaspora nel mondo spediscono a casa circa 48 miliardi di dollari. Una somma importante su cui prendono le provvigioni società come la Western Union o la MoneyGram. Il progetto di Sietchiping e' ancora in fase di 'start up'. "Stiamo selezionando 5.000 africani pronti ad acquistare azioni per un minimo di 600 euro. Speriamo di chiudere le prenotazioni entro giugno e di aprire la banca per la fine dell'anno", ha spiegato Ibrahima Camara, membro del comitato di garanzia. "Come diceva Thomas Sankara (ex presidente del Burkina Faso, ndr), dobbiamo produrre e consumare africano". Un progetto, dunque, di ispirazione panafricana: la banca etica sara' posseduta all'80 per cento da africani. I fondatori prevedono di aprire un'agenzia in Senegal e più sedi in Italia, con il placet della Banca d'Italia.

Diritti e doveri, la chiave dell'integrazione
"L'immigrato deve darsi da fare". Esordisce così la camerunese Marie-Paule Ngo Njeng, 45 anni, punto di riferimento per chiunque della diaspora voglia consigli. Assistente sociale, imprenditrice, e' diventata un'autorita' morale nelle comunità africane della provincia di Perugia. Lei si definisce una mediatrice tra le istituzioni italiane e i "fratelli e sorelle" africani. "Il mio obiettivo è aiutarli a trovare la loro strada nel loro nuovo Paese. Cerco di far capire loro che non devono aspettarsi niente dello Stato, perché nessuno li ha obbligati a venire in Italia. Mi sforzo di spiegare loro che devono assumersi le proprie responsabilità, che non ci sono soltanto diritti ma anche doveri". Per Marie-Paule Ngo Njeng il principio del 'politicamente corretto' non può diventare alibi dell'indolenza. Madre di due figli, lavora principalmente con i bambini nati in Italia e le donne immigrate. "I nostri figli sono persi tra due identita'", spiega Ngo Njeng, "I genitori vogliono che siano africani pure loro che non lo sono. Dall'altra parte c'e' l'Italia che non li riconosce ancora come completamente italiani". La sua voce e' ascoltata soprattutto dai giovani. Ha saputo utilizzare i loro stessi mezzi di comunicazione, come Facebook, per tenere i contatti:"Mi parlano dei loro dubbi, della loro confusione. E io gli spiego che questa è una ricchezza di cui approfittare e che forse diventeranno i futuri Obama d'Italia". Alle loro madri  insegna come conquistare l'indipendenza materiale, condizione essenziale -dice- di una migliore integrazione. Le orienta verso centri di formazione dove studiare l'italiano e prendere una qualifica. "E' finito il tempo in cui la donna si definiva in quanto moglie di... Ora deve dire: 'io sono!'". Ngo Njeng c'è riuscita. Da tredici anni a Perugia gestisce un'impresa di pulizie e di servizi agli anziani e fa lavorare una quindicina di persone. Vorrebbe vedere gli africani più impegnati nella vita politica: "Sono assenti dal dibattuto sull'immigrazione. E' un peccato. Per farsi ascoltare bisogna impegnarsi politicamente e socialmente". Sdrammatizza l'idea di un'Italia razzista: "Se un uomo bianco bussa alla porta della mia vecchia zia rimasta al villaggio in Camerun, non credo che lei lo accolga a braccia aperte. Tutti in una misura o nell'altra sono sospettosi con il forestiero". Marie-Paule Ngo Njeng non si soprende per il suo successo in Italia: "Mio padre diceva: una buona cosa ha valore dappertutto".
fonte

Saturday, 10 April 2010

AL QAEDA vs AFRICA


Al Qaeda minaccia i Mondiali di calcio e gli azzurri



Al Qaida minaccia di colpire i Mondiali di calcio in Sudafrica e in particolare le nazionali di Usa, Gran Bretagna, Italia, Francia e Germania perchè parte «della campagna sionista-crociata contro l'islam». Lo riferisce la Cbs online citando un comunicato dell'Aqmi, il braccio armato di al Qaida in Nord Africa, pubblioato un sito degli integralisti. «Come potrebbe essere sorprendente la partita tra Stati Uniti e Gran Bretagna trasmessa in diretta e in uno stadio stracolmo di spettatori quando il boato di una esplosione si propagherà attraverso gli spalti, l'intero impianto sarà sotto sopra e i morti si conteranno a decine e centinaia, ad Allah piacendo», si legge nel testo dell'Aqmi pubblicato su un sito della Jihad Mushtaqun Lel Jannah e riportato sul sito della Cbs. La partita tra Gran Bretagna e Usa è prevista per il 12 giugno allo stadio di Rustenburg.

Il comunicato evidenzia poi alcune recenti azioni del gruppo terroristico, come l'attacco suicida di dicembre in Afghanistan che provocò la morte di sette agenti della Cia e il tentato attentato di Natale su un volo Amsterdam-Detroit, compiuto dal nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab.
Nel comunicato si citano anche le nazionali di Germania, Francia e Italia tra i possibili obiettivi «Tutti questi paesi - scrive il comunicato - sono parte della campagna dei crociati sionisti contro l'Islam». Il gruppo afferma che utilizzerà esplosivo non rilevabile, che consentirà loro di superare i controlli: «Tutte le misure di sicurezza e le macchine a raggi x che l'America invierà dopo aver letto questo comunicato non saranno in grado di capire come l'esplosivo sia stato introdotto. La ragione la spiegheremo a tempo debito», conclude il comunicato.

9 aprile 2010

Saturday, 3 April 2010

Bikila, la memoria offesa del campione a piedi nudi

Bikila, la memoria offesa
del campione a piedi nudi

A Roma vinse la maratona olimpica del 1960 e in Italia è ancora un mito Nella sua Etiopia non c'è una strada col suo nome e la tomba è distrutta. Nel cimitero di San Giuseppe sparite la statua e la lapide, sono rimasti solo i cinque cerchi

di MICHELA SUGLIA
Bikila, la memoria offesa del campione a piedi nudi
ADDIS ABEBA - Smilzo, la faccia quasi spaventata, i piedi sanguinanti: un simbolo. Cinquant'anni fa, Abebe Bikila. Un perfetto sconosciuto, partito dall'Etiopia per andare a vincere la maratona olimpica a casa degli ex padroni, correndo senza scarpe 42 km in due ore e quindici minuti, segnando il nuovo record mondiale sui sampietrini di Roma. Quando il 10 settembre 1960 tagliò il traguardo, di notte, sotto l'Arco di Costantino, le fotoelettriche illuminarono per sempre un'icona dello sport mondiale, entrato anche nella fantasia e nella memoria degli italiani. Proprio a Bikila è dedicata la 16a maratona di Roma, che domenica correranno in 15mila, presto la capitale gli intitolerà una strada, il comune di Ladispoli un ponte pedonale, il comitato "Bikila 2010" curerà mostre ed iniziative assortite.
Ma cosa resta di Abebe Bikila nella sua Etiopia? Poco o niente, rispetto al culto degli italiani. Ad Addis Abeba nessuna via ricorda il primo africano a vincere la medaglia d'oro alle Olimpiadi, come conferma il segretario della Federazione etiope di atletica Adam Tadesse. Invece esiste Haile Gebrselassie road dal nome dell'erede di Bikila, nato sei mesi prima della sua morte, dal 2008 primatista mondiale (due ore e tre minuti). Sull'assenza di strade non sa rispondere nemmeno il terzo figlio del campione Abebe Bikila Yetnayet, che si limita a dire: "Meglio chiederlo al governo etiope".
Quando si va sulla tomba di Bikila, nel cimitero di San Giuseppe ad Addis, colpisce l'incuria. Il sepolcro e la statua che si trovava sopra non ci sono più. Intorno erbacce e sassi. Sparita anche la lapide che lo ricordava in tre lingue: italiano, giapponese, amarico. Unico segno evidente che lì riposa un campione sono i cerchietti olimpici lungo il recinto. "Tre anni fa ignoti hanno distrutto la tomba" spiega il figlio di Bikila, "ora il governo ci ha dato il permesso di ricostruirla e la statua tornerà presto a posto". 
L'idea di una maratona ad Addis Abeba per ricordare i 50 anni dell'impresa romana è stata della onlus "Stella della solidarietà" fondata da Carmelo Giordano, un italo-etiope che vive in Italia. Ne ha parlato con la Federazione atletica di laggiù che ha subito aderito: si correrà il 13 giugno. "Stiamo formando un comitato per decidere cosa fare. Pensavamo a documentari, una festa con cantanti...", abbozza Tadesse. Lo conferma anche la famiglia Bikila annunciando una maratona, una mostra, un festival a settembre da organizzare insieme alla federazione. Si spera. "Bikila è stato un grande uomo e molto popolare, anche se sognava un mondo diverso", assicura il suo amico Luciano Vassallo, storico allenatore della nazionale di calcio africana. "Purtroppo in Etiopia lo sport è vissuto in maniera diversa, la maratona è solo una corsa, stessa cosa per il calcio. Ma credo che prima o poi si renderanno conto che una partita è molto più importante della guerra". 
(19 marzo 2010 )

 http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2010/03/19/news/bikila-2758733/

Sunday, 21 March 2010

Thursday, 28 January 2010

In Italy, Racial Tensions Explode into Violence

In Italy, Racial Tensions Explode into Violence

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Immigrants leave a makeshift camp in the countryside near Rosarno, Italy, on Jan. 9, 2010
Antonino Condonrelli / Reuters 
When hundreds of African immigrants rioted in the southern Italian city of Rosarno last weekend, the world got a glimpse of a very different Italy from the one pictured in tourist brochures. But while overturned cars, shattered shop windows and street battles may be a far cry from the tranquil villages in the Tuscan hillsides, the real contradiction uncovered by the violence has less to do with how Italy is perceived by outsiders than with how Italians view the country themselves.
Demographically, Italy is one of the most rapidly changing countries in Europe. Last year, according to the Catholic charity group Caritas, the percentage of noncitizen residents in the country — 7.2% — was greater than Britain's. And in a country where the native-born population is aging rapidly, 1 in 6 babies delivered in 2008 was born to a foreign-passport holder. La dolce vita is also becoming ever more dependent on immigrants and their labor. The International Organization for Migration (IOM) estimates that foreign workers account for 9% of Italy's annual gross domestic product. They pick the fruit in the country's orchards, staff its restaurants and workshops and look after its young and elderly. "If all the migrants just stopped working now, the Italian economic system would collapse," says IOM spokesman Flavio Di Giacomo. (See pictures of la dolce vita in Italy.)

Yet the country retains an intensely hegemonic streak. Rigid codes of behavior govern everything from how to dress to the proper time of day to drink a cappuccino. Far from being a melting pot, Italy remains a three-course meal, with the pasta carefully segregated from the appetizer and main course and no place for a bowl of hummus or plate of egg rolls. "People now accept that immigrants are here," says Giuseppe Sciortino, an immigration expert and sociology professor at the University of Trento. "But they're still in denial that they are a presence that will change Italy forever." 

The violence erupted in Rosarno on Jan. 7 after two African immigrants were shot by white men with pellet guns. The town's immigrants responded by burning cars and vandalizing shops, prompting retaliatory attacks by residents. By the end of the weekend, at least 70 people — most of them migrant workers — had been injured. In the aftermath, the Pope called for tolerance and the government evacuated about 1,000 immigrants to neighboring cities to ensure their safety. The migrants also received uncharacteristically sympathetic media coverage. "This Time ... The Negroes Are Right," read the headline on Jan. 9 in the conservative newspaper Il Giornale. (See the top 10 news stories of 2009.)

The region of Calabria, where Rosarno is located, makes up the toe of Italy's boot. Seasonal migrants — mostly from Africa and Eastern Europe — have long been employed to work in the citrus orchards there. The hours are long, and the wages average less than $30 a day. When Fabrizio Gatti, a journalist for the Italian newsweekly L'Espresso, posed as a migrant worker in 2006, he uncovered a world where beatings were common and exploitation was rife. "You have no contract — no rights," Gatti says. "So if they don't pay you, you cannot go to the police." 

The international aid group Doctors Without Borders — best known for its work in war zones — considers the conditions so bad that it runs a clinic catering to workers who live in abandoned factories with no access to running water or basic health care. "This is a neglected population, and they are the victims of exploitation and violence," says Sophie Baylac, who coordinates the group's migrant programs in Europe. "The situation last weekend is a symptom of the ongoing neglect suffered by seasonal migrants." (See pictures of migrants being forced out in France.)
But not everybody is sympathetic to the migrants. Italian Interior Minister Roberto Maroni, a member of the anti-immigrant Northern League Party, blamed the riots on his country's lax approach to undocumented workers. "For years illegal immigration — which feeds criminal activities — has been tolerated and nothing effective has ever been done about it," he said. Never mind that the IOM estimates that at least half of the evacuated workers now held in reception centers obtained regular working papers. Or the fact that migrant workers make up a vital part of many industries. "It's very difficult to crack down on illegal immigrants because it means cracking down on one of the key structures of the Italian economy," says Sciortino. 

The challenge for Italy is to match its policies with reality. About 20% of Italy's foreign population is under age 18. Many of these people know no other home other than the land that won't accept them as its own. Italians don't like to think they're racist, but it would be hard to find a dark-skinned resident who agrees. "We're creating a group of people who are heavily marginalized and will react the way that marginalized people react," says Sciortino. If the country wants to avoid clashes like the one in Rosarno, it will have to shift its efforts from keeping immigrants out to finding a way to fit them in.


Read more: http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1953064,00.html#ixzz0dwjqc1LS

Wednesday, 20 January 2010

Rosarno “cittadina imbiancata”


Rosarno si è imbiancata” ha detto mama Africa. Così Norina Ventre, cittadina rosarnese che ha scritto decenni di storia di accoglienza nel comune pianigiano, commenta la partenza dei suoi figli africani. E la descrizione è carica di significato dal momento che una comunità si è spogliata, ma soprattutto 1200 persone, che per anni e sotto gli occhi di tutti hanno contribuito alla produttività agricola della nostra regione, sono state trasferite presso i centri tra Bari e Crotone e i loro destini, si spera, adesso sono da riscrivere completamente. Molti regolari, e nonostante questi mai contrattualizzati a Rosarno, hanno lasciato i centri ma per andare dove? Altri, quelli senza regolare permesso di soggiorno, saranno espulsi, non deportati come specifica il ministro all’Interno, Roberto Maroni. Intanto ai cittadini immigrati feriti a Rosarno è stato riconosciuta la protezione internazionale.


Ma le incertezze restano tante e non riguardano solo il destino di questi uomini africani, molti dei quali a capo di famiglie che avevano lasciato nel paese di provenienza. Ghana, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Ciad, ma anche Niger, Nigeria, Mali, Gambia e Liberia. Le incertezze riguardano le sorti del comune sciolto per mafia, l’altissima densità criminale mafiosa registrata in quel territorio, il futuro delle terre di Rosarno, la bonifica delle aree in cui erano sorti quegli insediamenti indecorosi dove gli immigrati vivevano in condizioni disumane. Poi ancora quali e quando gli esiti degli accertamenti relativi allo sfruttamento della manodopera in agricoltura che in tutta quell’area imperversa. Quando la sicurezza e la legalità diverranno realtà? Intanto continuano anche le domande che scavano nel passato colpevole e connivente di istituzioni e amministrazioni che non sono riuscite ad incidere su una realtà in questi anni segnalata, raccontata e denunciata. A dichiarare che tutti sapevano c’è anche Giacomo Saccomanno, sindaco di Rosarno dal 2003 al 2005. L’eredità lasciata dagli africani di Rosarno sono milioni di euro stati stanziati per l’integrazione e l’aggregazione dai ministeri dell’Interno e del Welfare lo scorso anno. Un intervento puramente assistenziale, finito nel nulla.

Siamo a Rosarno. Qui vivono, come in molti altre realtà del Sud, persone oneste, a volte impaurite, ma persone che hanno convissuto per anni con i fratelli africani in un clima di tolleranza o accoglienza, non di razzismo. Accanto a queste, come in ogni luogo dove lo sfruttamento e illegalità imperversano, ve ne sono altre che confrontandosi con dinamiche sociali complesse rimangono integre, altre che perdono la loro integrità, che cedono ad un sistema che li ricatta, altre che ne traggono profitti ingiusti. Qui le responsabilità sono tante e alte e a dirlo sono i numeri, sono i dati. I cittadini africani erano migliaia a Rosarno ma di quanto accadesse in quei campi l’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS) ignorava. A Rosarno 1600 italiani regolarmente registrati e solo 36 cittadini stranieri. A Gioia Tauro, 600 cittadini italiani e 19 stranieri, a san Ferdinando, 317 italiani e 17 stranieri

La sintesi di questo quadro alla luce delle testimonianze finora raccolte è unica e amara. I cittadini africani erano in Calabria sfruttati, figli di un dio minore, protagonisti del dramma non solo calabrese del lavoro nero. Una concatenazione viziosa di clandestinità e sfruttamento della manodopera resa possibile da un sistema agricolo in crisi, da una catena di produzione e distribuzione altamente infiltrata, dalle istituzioni distratte o compiacenti e quindi, ma solo in ultimo, da inadeguati controlli sull’immigrazione. L’immigrazione clandestina è divenuta una risorsa per un sistema che già produceva illegalità e in cui fare imprese virtuosamente è davvero difficoltoso. D’altro canto politiche di contrasto al lavoro nero, alle ingerenze del crimine organizzato nel tessuto produttivo, alla promozione dell’accoglienza, quindi non solo al contrasto dell’immigrazione clandestina, potrebbero innescare la inversa a virtuosa spinta imprenditoriale anche di cittadini stranieri regolarmente residenti in Calabria. Secondo la Fondazione Leone Moressa, sono oltre 12 mila gli imprenditori stranieri in Calabria.

Ciò dimostra che l’integrazione sociale e lavorativa non solo è possibile ma può divenire risorsa preziosa per lo sviluppo del Sud. I fatti di Rosarno siano emblematici del potenziale negativo che illegalità diffuse e complesse possono generare. Ma senza dimenticare che tutto quanto accaduto non solo doveva e poteva essere evitato, ma con strumenti legislativi e politiche territoriali adeguati, avrebbe potuto essere un’opportunità. E l’amarezza non ha limiti.

Alla ribalta delle cronache nazionali e internazionali, i fatti di Rosarno sono stati a volte anche travisati e strumentalizzati. Diretto e netto è stato invece l’appello di Amnesty International: “Tutti i migranti devono essere protetti dagli attacchi e dallo sfruttamento. Il movimento di difesa dei diritti umani, da anni segue il tema dei diritti dei migranti in Italia, evidenziando la necessità di riservare loro un trattamento in linea con gli standard internazionali che li possa tutelare da ogni forma di discriminazione. I fatti di Rosarno hanno posto drammaticamente in luce le inadempienze notevoli e innumerevoli, già denunciate in tempi non sospetti.

Non è infatti una novità che i cittadini africani a Rosarno, ogni giorno, andassero a lavorare nei campi per poi rientrare in quegli insediamenti che definire informali sarebbe un vero e proprio eufemismo. Ciò accade da anni. L’accento importante che il movimento internazionale per i diritti umani pone è quello che affianca a controlli insufficienti sull’immigrazione clandestina cui il ministro Maroni ha attribuito i disordini, anche la problematica dello sfruttamento che potrebbe, in un territorio dove spesso la latitanza delle istituzioni è regolare come l’incidenza della criminalità mafiosa e dove lo stesso comune è da tempo commissariato, essere la reale causa di questo mancato controllo.

Sulla vulnerabilità dei migranti in Italia, Amnesty aveva già avvertito in occasione della presentazione del “pacchetto sicurezza”, rimanendo inascoltata mentre a Rosarno quel rischio non era solo una parola ma una realtà. Indagini efficaci, applicazioni dei principi del non respingimento e delle procedure di richiesta di asilo e di assegnazione di alloggi adeguati, queste le richieste di Amnesty che potrebbero concorrere alla creazione concreta e percepita di un clima di rispetto e di accoglienza.

Anna Foti
Martedì 19 gennaio 2010 ore 18:08

 FONTE

Sunday, 17 January 2010

A PRAYER FOR THE PEOPLE OF HAITI


Heavenly Father,

It is with a heavy heart that we come to you, not necessarily knowing what we should ask for because many of us are wondering, "Why did this happen? Why has tragedy struck Haiti again and why do so many lives have to be lost again? Why has this beautiful island been struck by a catastrophic earthquake and ruined?" But as many questions as we have regarding the situation, we still humble ourselves before you to ask for your mercy to be upon Haiti and its people. Extend your hand upon the land and restore all that has been lost, destroyed and damaged to be better than it was before. As rescue teams search for casualties, give them foresight. May they be led by your wisdom, and encouraged by your strength and advised by your discernment. There are yet people who are surviving and I pray that the rescue workers would find them in time and revive them. For the lives that will be lost, we pray for immediate comfort to come to the family and friends of the deceased. For those of us who are watching this unfold from the outside, I pray that you would give us hearts of compassion so that we can give out of our surplus to fill the deficit that is widening in Haiti. May we all extend ourselves in any way possible to secure our brothers and sisters in Haiti. And may every prayer regarding this tragedy be heard and responded to in your good time.


In Jesus' Name,

Amen
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A prayer for the people of Haiti,


who, on a good day,

must take heroic measures just to wake the next,

And who must now find a way

to live through the end of the world:

Lord who speaks in earthquakes  Speak now inmiracles.

I thank you, that first prayer begins. Modeh Ani. The words spoken for the marvel of having woken up alive.

Lord whose relief work is beyond our capabilities

Breathe life today into those buried alive
I lie grateful before You, this King who lives and endures, for having brought me back this soul inside me, and with compassion.
Lord who speaks in childbirth, hear Your children now.

Hear those who have yet to be saved,

Hear those who have been saved but whose limbs and lives are crushed, Hear those who pray for those who can no longer pray for themselves.

Lord who invented the language of love

Teach those who, in Your name, who, calling themselves men of God, can find it in their hearts to speak only blasphemy and cruelty and scorn.
Lord who speaks in apocalypse

Armor the souls of those who call out now in rescue

Lord who has taught us by example the language of loss

Send strength to those who, with their last strength

Now seek nothing more than finding loved ones

Wednesday, 13 January 2010

CHI PROTESTA E CHI DORME

ROSARNO...... L'EGITTO PROTESTA
mentre
NOI  QUI  'SUL CAMPO'  DORMIAMO


Tuesday, 12 January 2010

WHO IS FOOLING WHO?



Sei immigrati in testa al corteo, dietro l'intera cittadina. Conclusa la caccia al «negro» con la cacciata di duemila africani, Rosarno torna in piazza per vendere ai media l'immagine di «brava gente» vittime e non razzisti. L'ordine è ristabilito, come se nulla fosse accaduto. Mentre dalla Francia all'Italia avanza l'idea dello sciopero dei lavoratori migranti PAGINE 2, 3, 4, 5


http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100112/pagina/IMMAGINE/

Saturday, 9 January 2010

LOTTANDO PER GLI ITALIANI..... NON CONTRO

La rivolta di Rosarno è la quarta degli africani in Italia contro le mafie. Mi piace sottolineare che gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere. Roberto Saviano al Tg3